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La famiglia

di Tessaro Marco

300,00EUR 200,00EUR

la famiglia
olio su tela 100x120 cm
Nato a Ferrara nel 1951 Marco Tessaro lavora in Vicolo Mozzo della Tegola. Il suo studio è stipato di tele, riposte in scaffali di leggerissimo legno, costruiti dalle sue mani.
Una lunga, perigliosa scala si ferma davanti a una piccola porta. La porta stretta non prelude a luoghi scuri e angusti. Varcato lo stretto ingresso quattro grandi finestre, quasi sempre spalancate - Tessaro non sente il freddo neanche d'inverno - illuminano un ambiente spazioso dove si respira lavoro, vernici, colori e soprattutto volontà artistica, il mitico Kunstwollen, l'essere proprio, immanente del volere inserirsi dell'artista nel proprio tempo, con un intenzionale orientamento ad affermare il suo stile.
Affascinato sin dal suo esordio dai movimenti figurativi di avanguardia si è dedicato immediatamente ad una ricerca volta ad esaltare gli aspetti più reconditi dell'animo umano.Appasionato di musica ed in particoloare del Jazz
ha studiato a fondo le varie correnti musicali e con mirabile sensibilità ha colto il senso del loro divenire

Mercato : Nazionale
Prezzo di Riferimento (50x70): Da 1500 a 2500 Euro

Franco Farina: Inquietudine

Rispetto ad alcune costanti della pittura, quello che più si impone in questi dipinti recenti di Marco Tessaro, ora esposti a Casa Cini, è lo spessore e la densità di spazi mentali e di pensiero che si riassumono in un suo colloquio interiore dove predominano i destini dell'uomo, peraltro rispecchiati nel dramma della cultura di questo nostro tempo e dello sfaldamento di valori certi.A ben guardare, si avverte anche una pietosa e sentita partecipazione, vitalistica e sensuale insieme, che tende ad evidenziare gli aspetti meno gratificanti del vivere attraverso l'aspra deformazione formale, accresciuta dalla incisività dei contrasti cromatici e da misuratissime coincidenze fantastiche in cui non è assente una qual- che complicanza, risguardo dell'anima, che lo spingono e lo incalzano a sottostare ad una cadenzata operosità.


Si tratta infatti di una operazione di scavo e di analisi, una campionatura di immagini strettamente correlate alla cultura visiva del fare arte che vanta antecedenti illustri ascrivibili ad un espressionismo oggettivamente inteso e solo in minima parte rivisitato per sintonie ideali per spingersi poi a nuove personali estensioni connotative. Comprensibile anche la crescente matericità per dar corpo e peso ai due distinti generi trattati: figure e paesaggi, composizioni che lo portano, quasi con stizza, verso risultanze meno mimetiche di possibili realtà virtuali.


Così le figure, singolarmente campite, oppure i gruppi che mimano probabili "ritratti di famiglia", sono testimonianza di una forte capacità di compenetrazione psicologica e rivelano sentimenti inquietanti e turbamenti. Sono presenze, un repertorio figurale, non tanto per essere state rappresentate, ma per essere pretestuali ed indicative dell'esistente; figure frammentate ed aliene che l'indagine e l'immaginario artistico colloca fra noi ed in noi.


Così i paesaggi che diventano storia personale prima ancora di vicenda ambientale, raccontano della interiorità attraverso la natura esterna, dove i piani e le prospettive si incrociano nel tumulto e dove alberi su crinali e dossi resistono a selvagge turbo lenze di una natura non sempre benevola e raramente idilliaca. Un eccesso forse di palpitante fisicità, attraversata da incisive vibrazioni cromatiche disposte non a caso, determinano relazioni che contestualmente esprimono una carica simbolica avversa ad ogni banale restituzione imitativa.


A ben vedere, la tecnica di Marco Tessaro solo apparentemente sembra dipanarsi nella irregolarità casuale del segno, mentre, invece, è il risultato di una ricerca, ed in particolare la ricerca di una atmosfera espressiva e significante indagate ed ottenute tramite un ritmato lavoro segnico con significativi apporti gestuali. Da qui lo svolgimento delle forme e le varie soluzioni adottate che puntano sempre e comunque ad evidenziare eventi pittorici. Ogni immagine di questa mostra consolida rapporti e relazioni differenziati ed il percorso compiuto da Marco Tessaro rappresenta un breve capitolo della sua storia di uomo e di pittore, un momento dove passionalità ed impegno, nutriti di riflessione, sono testimonianza di temperamento e di personalità poetica.



Franco Farina

Angelo Andreotti: Ritratto







La durata assolutamente pura è la forma assunta
dalla successione dei nostri stati di coscienza quando il nostro
io si lascia vivere, quando si astiene dallo stabilire una
separazione fra lo stato presente e quello anteriore.


(H. Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza)


 


Nella produzione di Marco Tessaro la figura umana ha sempre avuto un trattamento di riguardo, anche se, almeno a partire dalla personale allestita all'Istituto "C. Cini" nel '95, si può dire che sia stato il genere del paesaggio a dargli maggior soddisfazione. Nella preparazione di quella mostra infatti Franco Patruno aveva ragione a suggerirgli altri temi da dipingere rispetto a quelli fino ad allora praticati, che poi erano legati al mondo del jazz, appunto per non rischiare di farsi imprigionare in un'etichetta che alla lunga si sarebbe dimostrata riduttiva. Tessaro diede retta a quel consigli io, e trovò così nel paesaggio non soltanto nuovi motivi per la sua pittura, ma anche un valido esercizio per approfondimenti tecnici e stilistici, seguendo pure le sollecitazione che sempre in quell'occasione ebbe da Franco Farina.


Tuttavia la figura umana è sempre rimasta nei suoi pensieri, pronta ad entusiasmarlo con quella sua pennellata poco propensa ai dettagli, alla descrizione minuziosa, e invece tutta tesa a riflettere una sensazione, un'emozione, e verrebbe anche da dire una musicalità, se si volesse continuare a tener conto di quella sua primaria passione jazzistica.


Così eccolo nuovamente, a distanza di quattro anni, pronto con una quantità di quadri e di disegni da selezionare per una serie di mostre a tema, e il tema non può non essere appunto che la figura umana nella forma del ritratto di famiglia. Ed è un confronto strano, questo, che vede due modi dell'espressione visiva sostanzialmente differenti tra loro: da un lato la fotografia di famiglia, descrittiva, realizzata per uso e consumo privati, e dove l'obiettivo finale è quel bello che diviene prevedibilmente anche kitsch; dall'altro la pittura di Tessaro, così poco incline alla descrizione, prodotta per essere vista da chiunque, e soprattutto consapevolmente lontana dal concetto di "bello", tant'è che in un appunto nei suoi disegni, quasi a commentare l'insieme di queste immagini e a intitolarle, ha scritto "brutte figure".


È ovvio che quello dell'album di famiglia è un pretesto, ma e un pretesto forte che non può non avere un qualche recondito senso, una finalità altra rispetto alla sua apparenza.


Infatti, c'è ben poco di più individuale, di più intimo o, se si preferisce, di meno condivisibile e di più soggettivo, dell'album delle fotografie di famiglia. In genere sta dentro un cassetto oppure un armadio, e la sua visione solitaria è riservata a momenti emotivamente significanti: un lutto,


un po' di malinconia, la ricerca delle radici, ... Dentro è pieno di noi stessi, e ogni singola immagine, ogni singolo ritratto anche dì parenti lontani, e probabilmente mai conosciuti, o amici non nostri ma dei nostri, richiede in qualche modo un racconto che ci coinvolge, che ci prevede come punto di riferimento, addirittura come soggetto esplicito. Cosicché descrivere l'album delle fotografie della nostra famiglia in definitiva significa descrivere noi stessi, dire ad altri chi siamo.


Non c'è fotografia che sia lì per sbaglio, ma tutte sono collegate alla nostra personale storia, anche se al momento dello scatto stesso la nostra esistenza non era altro, e forse neppure, che una vaga ipotesi. Ci ritroviamo ovunque, dentro quell'album, perché il soggetto siamo noi, nella nostra realtà che con quella delle fotografie avvia il dialogo 'serrato e senza interruzioni della confidenza.


Sarà per questo allora che non ne sottoponiamo la visione a tutti, ma selezioniamo gli spettatori di questo nostro personale teatro, che forse anche usiamo come invito ad una certa convivenza, oppure per comunicare il desiderio di stringere un'intimità. Sfogliarlo di fronte ad altri occhi è ospitare quegli occhi, correndo il rischio di una delusione per indifferenza e noia, perché se quei ritratti hanno un significato, l'hanno soltanto per no1 e per chi ci condivide, e per interessarsene occorre una buona dose di complicità.


Aprire il nostro album di famiglia di fronte a un altro è così un mettere in mostra il nostro


passato, quello che fin qua in qualche modo ci ha costruiti, indica da dove veniamo, la nostra provenienza segreta, il nostro essere quello che siamo, e di conseguenza anche il nostro presente.


Quelle che troviamo sono immagini al di fuori del tempo cronologico in quanto continuano a vivere il loro tempo quotidiano, si sono fermate in un “qui e ora” che insistono a proporre imperturbabili, occasionate da piccoli ma non insignificanti eventi (la gita, la villeggiatura, il compleanno, ...) che però perdono la loro carica emotiva non appena scadono i riferimenti .all'evocazione.


In realtà, per noi, esse stanno interamente dentro a quella forma del tempo che Bergson chiamava durata, perché vivono in una dimensione non più presente eppure più che presente, una dimensione che continua a durare dentro noi, che è poi quella della memoria, e cioè quella che ci rende uguali a noi stessi e diversi dagli altri. Così se è vero che un ritratto altro non è se non l'espressione visiva degli elementi interiori che connotano un individuo, un album di  famiglia e soprattutto la selezione delle immagini in esso contenute allora sono una forma particolare di autoritratto.


Penso che sia questa la singolarità delle


immagini che lo sguardo di Marco Tessaro ha estratto dal proprio album delle fotografie. Ciò che lui ritrae non è la fotografia reale, ma il ricordo di quella fotografia, il suo perdurare nella memoria che non conosce elementi oggettivi, quali un volto, un abito, una posa, ma


I' espressione di quel volto, la sensazione di quell'abito, la malinconia di quella posa.


Il suo sguardo si lascia impregnare da quelle immagini che poi, seguendo il filo della


memoria, che seleziona "e privilegia, altera e distorce, modifica, cerca di ritrovare sulla tela.


Di esse, nei quadri, probabilmente non resta che la sensazione, l'aria, ciò che in fin dei conti non si è lasciato dimenticare, ciò che gli appartiene con forza. Succede ad esempio nei volti, che perdono in linea di massima i connotati reali, individuali, per mantenere la sola espressività, l'idea di un sorriso o di una smorfia, di uno sguardo, di un ammiccamento, ciò che in fin dei conti vale la pena di dipingere, ciò che di un volto fa sì che sia quel volto e non altri, di quella persona e non di altre, in un tempo che non conosce "qui e ora" ma il presente del ricordo. Succede anche nelle pose, sintetizzate e quasi sbarazzate con


Poche precise pennellate, per indicare ciò che i dettaglio in questo caso


non saprebbe perfezionare. Succede negli abiti, accennati, appena individuati e già abbandonati, che magari non appartengono a quella fotografia, ma appartengono certamente a quella persona come la ricordiamo.


In questo modo è l'insieme, l'immagine nella sua globalità, ad evocare un'antica presenza, a indicare l'occasione per una vaga sensazione di tenerezza che certo pervade anche il nostro sguardo, che perlustra questa galleria di fantasmi più reali della stessa realtà, alla ricerca di qualcosa che sappia raccoglierli in un senso compiuto. -


E il senso compiuto è una sensazione, vaga eppure insistente, di indiscrezione, come il trovarsi di fronte a un non dichiarato, ma non per questo meno concreto, autoritratto, quasi.


Angelo Andreotti

Francesco Loperfido: il narratore di storie
Marco Tessaro  lavora in Vicolo Mozzo della Tegola. Il suo studio è stipato di tele, riposte in scaffali di leggerissimo legno, costruiti dalle sue mani.

Una lunga, perigliosa scala si ferma davanti a una piccola porta. La porta stretta non prelude a luoghi scuri e angusti. Varcato lo stretto ingresso quattro grandi finestre, quasi sempre spalancate - Tessaro non sente il freddo neanche d'inverno - illuminano un ambiente spazioso dove si respira lavoro, vernici, colori e soprattutto volontà artistica, il mitico Kunstwollen, l'essere proprio, immanente del volere inserirsi dell'artista nel proprio tempo, con un intenzionale orientamento ad affermare il suo stile.


Dalla strada solitaria, appartata, il silenzio è interrotto da rumori e suoni che salgono nello studio dove Tessaro brucia e consuma la sua ansia di narratore di storie, ritratti, paesaggi imposti velocemente sulla tela, sulla carta: personaggi soli o affiancati, coppie, un mondo di figure sghembe, laterali, di cieli straniati. Sormontati da orizzonti coperti rami spogli, in rapida processione, in marcia, minacciati, costretti a piegarsi sotto la sferza di venti tempestosi.


L'immagine si forma rapida, ti viene incontro, incombe. Un mondo in fuga o in fila, sequenze di segni inclinati o sommersi da onde di colore, risultano dai corpo a corpo di Tessaro con il tempo di esecuzione.


Il combattimento serrato, forte, violento, genera accensioni e bagliori, ma cerca e trova spazi di serenità, di affettività, di ricordo. A volte l'abbozzo, il sondaggio, l'attacco sembrano scaturire da cavalcate fantastiche, da notti di infanzia, di paura e di ansia, di speranza e felicità, di bianchi e neri.


Corpi in azione, fissati in una smorfia, bloccati dal timore, arrivati a momenti di non ritorno o feriti a morte, incisi: invisibili chiodi li appendono a pareti d'aria.


Una pittura che guarda e si guarda compone e scompone, ritrae e nasconde, ma rifugge da tentazioni simbolico-sentimentali anche quando aggredisce la tela come la volesse stordire.


La rapidità produce segni lancinanti a volte liberatori, a volte espressivi di angustie e tensioni. Inseguito dal- la sua stessa corsa il segno si fa schema, figura appesa al proprio abito, fantasma senza corpo.


Le opere di Tessaro gridano una volontà di compimento pittorico, di identificazione col proprio demone espressivo in una dura lotta, faccia a faccia con la tela, angelo che è lì a sfidarlo, a provocarne la risposta aggressiva carica di memorie, leggende, miti.


Lo spirito del vento simboleggiato da Lilit, la compagna di Adamo,  prima di Eva, nata dalla stessa polvere, anima il lavoro di Tessaro.


Rimane un enigma da dove venga e dove vada la forza che si muove e muove, che sconvolge il mare e fa tremare gli alberi. I venti per i greci sono psicotrophoi, portatori di vita e seminatori di anime. Entrando per la porta stretta abbiamo augurato a Marco Tessaro di trovare la via che mena alla vita. Sappiamo che egli la cerca con tutto il suo animo

Francesco Loperfido: il narratore di storie
Marco Tessaro  lavora in Vicolo Mozzo della Tegola. Il suo studio è stipato di tele, riposte in scaffali di leggerissimo legno, costruiti dalle sue mani.

Una lunga, perigliosa scala si ferma davanti a una piccola porta. La porta stretta non prelude a luoghi scuri e angusti. Varcato lo stretto ingresso quattro grandi finestre, quasi sempre spalancate - Tessaro non sente il freddo neanche d'inverno - illuminano un ambiente spazioso dove si respira lavoro, vernici, colori e soprattutto volontà artistica, il mitico Kunstwollen, l'essere proprio, immanente del volere inserirsi dell'artista nel proprio tempo, con un intenzionale orientamento ad affermare il suo stile.


Dalla strada solitaria, appartata, il silenzio è interrotto da rumori e suoni che salgono nello studio dove Tessaro brucia e consuma la sua ansia di narratore di storie, ritratti, paesaggi imposti velocemente sulla tela, sulla carta: personaggi soli o affiancati, coppie, un mondo di figure sghembe, laterali, di cieli straniati. Sormontati da orizzonti coperti rami spogli, in rapida processione, in marcia, minacciati, costretti a piegarsi sotto la sferza di venti tempestosi.


L'immagine si forma rapida, ti viene incontro, incombe. Un mondo in fuga o in fila, sequenze di segni inclinati o sommersi da onde di colore, risultano dai corpo a corpo di Tessaro con il tempo di esecuzione.


Il combattimento serrato, forte, violento, genera accensioni e bagliori, ma cerca e trova spazi di serenità, di affettività, di ricordo. A volte l'abbozzo, il sondaggio, l'attacco sembrano scaturire da cavalcate fantastiche, da notti di infanzia, di paura e di ansia, di speranza e felicità, di bianchi e neri.


Corpi in azione, fissati in una smorfia, bloccati dal timore, arrivati a momenti di non ritorno o feriti a morte, incisi: invisibili chiodi li appendono a pareti d'aria.


Una pittura che guarda e si guarda compone e scompone, ritrae e nasconde, ma rifugge da tentazioni simbolico-sentimentali anche quando aggredisce la tela come la volesse stordire.


La rapidità produce segni lancinanti a volte liberatori, a volte espressivi di angustie e tensioni. Inseguito dal- la sua stessa corsa il segno si fa schema, figura appesa al proprio abito, fantasma senza corpo.


Le opere di Tessaro gridano una volontà di compimento pittorico, di identificazione col proprio demone espressivo in una dura lotta, faccia a faccia con la tela, angelo che è lì a sfidarlo, a provocarne la risposta aggressiva carica di memorie, leggende, miti.


Lo spirito del vento simboleggiato da Lilit, la compagna di Adamo,  prima di Eva, nata dalla stessa polvere, anima il lavoro di Tessaro.


Rimane un enigma da dove venga e dove vada la forza che si muove e muove, che sconvolge il mare e fa tremare gli alberi. I venti per i greci sono psicotrophoi, portatori di vita e seminatori di anime. Entrando per la porta stretta abbiamo augurato a Marco Tessaro di trovare la via che mena alla vita. Sappiamo che egli la cerca con tutto il suo animo


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