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La Guepierre

di Rognoni Franco

6.000,00EUR 4.500,00EUR

La Guepierre
La Guepierre
olio su tela 55x46 cm
anni 90
Autentica dell'artista su fotografia
Franco Rognoni nasce a Milano il 20 settembre 1913 da una famiglia della piccola borghesia.










CITTA' - 1989

olio su tela
Il disegno e la pittura sono tra i suoi primi interessi. Frequenta le scuole tecniche di tessitura e quindi la Scuola superiore d’Arte applicata del Castello Sforzesco.
Fin dal 1934 collabora come disegnatore a importanti riviste e quotidiani.
Fra gli artisti cui dà maggiore attenzione, visitando le gallerie d’avanguardia, Sironi, de Pisis, Modigliani e nelle biblioteche ha modo di avvicinarsi alla grafica e alla pittura degli espressionisti tedeschi.
Nel 1938 espone in personale a Milano, confortato dall’amicizia del critico Raffaello Giolli che fu decisivo nel suo avviamento culturale.
Durante la guerra si trasferisce a Luino, sul Lago Maggiore dove ha possibilità di concentrarsi sul lavoro creativo. Incisioni, illustrazione di libri, collaborazione a diversi periodici lo mantengono in rapporto con editori e collezionisti.
Dopo la Liberazione torna ad abitare a Milano, il suo studio è a Lambrate. Disegno e pittura trovano nuovi impulsi. Un alternarsi di motivazioni tematiche ed espressive, che conduce in modo appartato, nella scelta di portare avanti un proprio discorso antiaccademico che può realizzare liberamente solo all’interno di personali esperienze.
Nel 1953 una personale a Milano presentata da Guido Ballo. La critica si interessa alla sua opera con maggiore attenzione.
Nel 1957 la Rai TV lo invita in qualità di artista a creare scenografie e costumi, attività che svolge anche alla Piccola Scala e a La Fenice di Venezia. Il suo modo di intervenire con originalità negli spazi teatrali ottiene larghi consensi e successo di pubblico.
Nella pittura Rognoni fa affluire quantità di materiali, scenografia, disegno decorativo, illustrazione, incisione, e in questa contaminazione sta anche la modernità dell’artista che non si vieta di usare insieme ironia e senso drammatico, come certi compositori di musica moderna che prelevano da ogni epoca e stile motivi per le loro partiture.
Negli anni Cinquanta l’artista si lega in esclusiva alla Galleria dell’Annunciata di Milano che organizzerà sue mostre in Europa.
Negli anni Sessanta si moltiplicano le esposizioni personali e si infittisce la saggistica sulla sua opera; sempre molto intenso il lavoro per l’editoria. Le sue amicizie si contano soprattutto fra i letterati e i musicisti: Riccardo Malipiero, Vittorio Sereni, Piero Chiara, Dante Isella.
Quattro grandi teleri con le gesta di Ulisse dipinge per la turbonave Michelangelo.
Negli anni Settanta e Ottanta le mostre personali sono altrettante antologie di un discorso che si fa incisivo sull’uomo e il suo ambiente, la città, che lo trasforma e lo fa sentire sempre più estraneo.










TANGO - 1987

olio su tela
Nei volti dei suoi personaggi, giocati sull’ambiguità, si legge critica morale e scetticismo.
L’esistenza di Rognoni, come la sua opera, mantiene due poli privilegiati, Milano e Luino: dipinge la città e il lago, anche senza separare questi luoghi. Il sogno e la memoria si sovrappongono e modulano il carattere di una pittura che talvolta tenta la favola oppure inventa un’umanità ideale, ricrea i personaggi del nostro tempo come abitanti di un mondo sospeso fra realtà e fantasia, sul punto incerto di apparizione e sparizione.
Gli interni/esterni portano il pittore a esplorare lo spirito contemporaneo sul filo di colori in equivalenza di sentimenti, di segni mossi come provocatori interventi musicali.
Le tele degli anni Novanta hanno talvolta un andamento sinfonico; ciò che interessa il pittore è cogliere la vitalità delle immagini, far sentire quelle contaminazioni fra cose reali e inventate lasciando piena libertà al colore, alla luce, alla composizione.
Se la sua opera non trova un’agevole collocazione nelle nostre vicende artistiche, è necessario allungare lo sguardo verso la Mitteleuropa, fra simbolismo ed espressionismo, per valutarne il percorso.
L’artista muore a Milano l’11 marzo 1999

Mariuccia Noè’ Rognoni: Mio marito Franco Rognoni

Avere sedici anni, incontrare un artista e intuire in modo assolutamente misterioso che lo è davvero è una delle esperienze più straordinarie che possano capitare nella vita.
Ho conosciuto Franco Rognoni nell’estate del ’36: in ottobre facevo il mio ingresso al Liceo Parini di Milano.










ASSOLO DI TROMBA - 1986

olio su tela
Abitavo in via Principe Umberto (ora via Turati) e Franco ventitreenne frequentava la Scuola d’Arte del Castello che credo avesse sede in qualche aula del vecchio Politecnico in piazza Cavour. Da allora gli sono stata vicina (salvo qualche periodo d’interruzione dovuto alla guerra e agli sfollamenti) per sessantatre anni e posso dire di essere stata ora testimone, ora confidente, dei suoi mutamenti psicologici, a seconda di come si alternavano gli alti e i bassi determinati dalle gioie e dagli sconforti della ricerca artistica.
Gli sono debitrice non solo della mia formazione culturale per ciò che concerne l’arte contemporanea, ma anche della mia maturazione libertaria e democratica. Da lui ho appreso tutto ciò che non si studia a scuola ma devo dire che il suo insegnamento passava per la grazia e la finezza della sua sensibilità.
Insieme abbiamo frequentato le gallerie d’arte (ricordo Il Milione, la Barbaroux, l’Annunciata...), insieme, denaro permettendolo, abbiamo gioito ai concerti, ma soprattutto, abbiamo percorso chilometri e chilometri a piedi da piazza Cavour a via Lamarmora e viceversa per poi ritrovarci, si può dire quotidianamente, ai nostri Giardini Pubblici, dove per ore e ore ci si scambiava letture, conversazioni, pensieri, forse anche progetti che purtroppo la guerra avrebbe interrotto.
Alla fine del conflitto ci siamo banalmente (ah, la banalità del Bene!) sposati e non ci siamo mai lasciati.
A Franco devo una partecipazione più intensa e stimolante alla vita culturale della nostra Milano perché, grazie a lui, ho incontrato pittori, intellettuali, musicisti, scrittori, giornalisti. Rapporti a volte occasionali e fuggevoli; talvolta invece l’occasione di una mostra, la collaborazione con un giornale, con una casa editrice, un teatro, si sono trasformati in frequentazioni e sincere amicizie, così abbiamo vissuto momenti indimenticabili di dialogo e di condivisioni che hanno arricchito la nostra giovinezza e oltre.
Luigi Cavallo, che ha curato questa mostra con il piacere di ricordare Franco, mi ha chiesto di scrivere qualcosa su di lui ma, poiché è mia fondata convinzione che a coloro che hanno avuto la fortuna (e le difficoltà) di vivere tutta la vita a fianco di un artista si addica un rispettoso silenzio, lascio ad altri una lettura e un’interpretazione meno emotiva e coinvolta delle opere di Franco.
Durante il lungo percorso fatto insieme siamo stati confortati dall’amicizia di persone di grande valore, musicisti come Riccardo Malipiero, poeti come Vittorio Sereni e Roberto Sanesi, critici d’arte come Raffaello Giolli e Alberico Sala, gente di teatro come Paolo Grassi, scrittori come Leonardo Sciascia e Piero Chiara, studiosi come Dante Isella, oltre a tanti altri come Sergio Torresani, Giovanni Botta, Bruno Grossetti.
E poiché la mia vita di satellite è stata tanto ricca, sono onorata che il Comune di Milano, con l’allestimento di questa mostra, dia un alto riconoscimento al pianeta attorno al quale ho ruotato per più di sessant’anni.

Paolo Fabbri: Franco Rognoni: Interni-Esterni




















La stupenda sede espositiva detta Rotonda della Besana, ex lazzaretto di manzoniana memoria, nella sua veste attuale dopo un restauro accurato quanto esteticamente valido è stata dedicata dal Comune di Milano ad una vera propria Mission: accogliere mostre di maestri che hanno dato un contributo significativo alla storia dell'arte soprattutto nel XX° secolo, eleggendo Milano quale centro della loro attività. La nuova sede riempie un vuoto ed è prevedibile che darà molte soddisfazioni agli appassionati d'arte e di cultura. L'organizzazione è affidata al gruppo dirigente di Palazzo Reale, con l'ausilio di un comitato scientifico di cui fanno parte Rossana Bossaglia, Flavio Caroli, Maria Teresa Fiorio, Antonello Negri e Gianfranco Pardi., che ha già predisposto un programma di tutto rispetto. Il compito di aprire il percorso è affidato a Franco Rognoni, un artista antiaccademico, che ha sintetizzato nel suo messaggio artistico molti spunti della cultura europea del '900, sperimentando varie forme delle arti figurative, dalla scenografia alla illustrazione, alla litografia, alla pittura a olio in cui ha sintetizzato tutte le sue ricerche ed è a quest'ultima forma espressiva che prevalentemente è dedicata la mostra. Il tema su cui si concentra la ricerca di Rognoni è la esistenza degli esseri umani e del loro ambiente abituale: la città. All'inizio lo affascinano anche i miti (Pan, i Sileni), ma dietro le maschere c'è sempre l'essere umano, come in Salomè, dove la capacità di seduzione viene associata ad un giudizio etico, che emerge nella figura satireggiante del re che osserva la danzatrice. Una satira che sfiora la caricatura nella galleria di ritratti, prevalentemente in nero, dedicati in seguito a personaggi dell'alta finanza senza identificarli con precisione. Già in queste prime fasi della sua pittura l'artista mostra chiaramente l'influsso di alcuni grandi della pittura europea. Certamente si individua Picasso, ma anche Sironi e soprattutto le atmosfere degli espressionisti mitteleuropei, come Kirchner, ma anche i più recenti come Middendorf, Baselitz, Hoedicke. Fin dall'inizio la pittura di Franco Rognoni reca forte l'impronta del segno cui il colore si associa con libertà a sottolineare situazioni, atteggiamenti, tipi di ambiente, giudizi etici. Questa libera associazione tra segno grafico e colore, che talvolta si esprime in fasce uniformi ad attraversare il quadro, fa pensare al tardo Léger, con le sue parate di circensi. L'artista osserva la città da lontano ne traccia la struttura col segno netto come di matita, poi vi depone il colore e con questo la luce, delicata, quasi timorosa di turbare i sogni degli esseri umani, nei bellissimi notturni oppure splendente di vita nel sole pieno del lago Maggiore della Luino deve, ad un certo punto della sua vita, si ritirò a riflettere e creare. Spesso lo sguardo cade sulle periferie e non si accontenta di quello che l'occhio può vedere; scatta allora la fantasia e l'immagine si sdoppia per rappresentare l'interno di un locale da una parte e l'esterno dall'altra in una sintesi poetica che raggiunge livelli di toccante intensità. Forse per questo la mostra è stata intitolata Interni/Esterni, su suggerimento della vedova del pittore, che ha dimostrata così una profondata empatia con l'arte del marito. In tutto 130 opere di Franco Rognoni morto recentemente, nel 1999, disposte in modo eccellente dal curatore Luigi Cavallo.
Paolo Fabbri




Franco Rognoni
Finestra di notte, 1996
Tecnica mista su carta intelata

 




Franco Rognoni
Luna sulle case, 1990
Olio su tela

 



Franco

Luigi Cavallo: Presentazione della mostra Interni-Esterni










LUNA SULLE CASE - 1990

olio su tela
Il ventaglio di civiltà cui attinge Rognoni è quanto mai vario. Dal mondo omerico e classico (l’iconografia di Pan) agli Etruschi, con le maschere dei Sileni e le deformazioni mostruose. Guarda le grottesche pompeiane, gli affreschi paleocristiani. Vi sono prelievi dalle storie medievali, dal Cinquecento, dal Seicento barocco. Dalla Bibbia sceglie Salomè, quanto gli rappresenti l’ineffabile della musica che si fa movimento come in cerca di un segno che abbia il profumo della nascita, dell’intonso. Tutto era decorato e figurato nel mondo antico, dagli specchi ai dischi di bronzo che lanciavano gli atleti, dagli elmi alle stoviglie. Ogni cosa appariva ornata proprio come era nel piacere di Rognoni, dipingere le pareti di casa, colorare di ghirlande le suppellettili, porte, finestre, impiantito. Egli voleva fisicamente abitare dentro la pittura. Da qui si comprendono talune riprese barocche, volute e spazi che si lasciano modulare, muovono la superficie dipinta e rendono aperte le composizioni.
Convivono diverse anime figurative nella sua opera, combinazioni estetiche che eludono l’individuazione di percorsi stilistici e si offrono piuttosto come pagine enigmatiche, intriganti, da decifrare. Un materiale spurio, fra tradizione e anelito moderno; ha preziosità di reperto antico, eleganze araldiche e licenze, azzardi nuovi. Non è un ritorno, peraltro impossibile, all’arcaico, all’Eden, ma un procedere senza preclusioni di riferimenti estetici, mostrando che un pittore può accostare ogni epoca senza perdere la propria personalità. Nelle sue prospettive irrazionali passato e presente non separano le figure.
Nell’idea di simultaneità messa in campo c’è come il desiderio di superare il tempo, addensare ciò che è stato, la vita presente e quanto si può intuire del futuro. Viene cercato soprattutto l’insieme vitale. Vi sono interferenze fra attori e spettatori di una medesima situazione. Storie in cui temi e tempi si incrociano, si sovrappongono (contemporaneo equivale a simultaneo). Un processo di interazione tra segno-colore-tono-luce che modifica la percezione dell’ambiente e il ruolo delle figure.
Il pittore richiama episodi che ci sono noti, magari sin dall’infanzia, per farci rivivere un incanto, per mostrarci l’essere umano delizia imperfetta del creato o per salvare qualcosa che sbiadisce. Lo spettacolo del circo o il gioco di coppia, la digressione orfica e l’inserto esistenziale. Con un lampo livido, un segno aspro, l’artista può ribaltare il buffo in una sequenza inquieta o addirittura drammatica. Il giallo solare diventa cenere, l’azzurro cola come inchiostro.
La gioia dura una luce e l’icona lunare è quasi un messaggio sopra gli edifici, una sorta di commento dal viaggio notturno sulla città – l’artista sembra dire di questo mondo: niente di memorabile se non la luna in cielo. Delle figure che richiama in parallelo, donne e uomini per le strade, Rognoni scruta le inflessioni dietro questa lente di scetticismo e ne riporta lo sguardo, il piglio dell’andatura, il timbro nell’ambiente, persino le pause, i silenzi.
Rognoni ha portato nell’arte italiana immagini che mancavano, scaturite dalla meraviglia che imprime una curvatura imprevedibile alla figurazione. Certi quadri sono una sorta di spettacolo festevole, sprigionano una dolce temperatura vacanziera, colori e forme presi dal ritmo di un concertino improvvisato; eppure in queste fresche sensazioni si può anche cogliere l’incrinatura di un istante, ciò che nell’uomo è amaramente comico.
La felicità di visione si traduce in scatto visionario, la decorazione è percezione di spazi, scoperta di valori formali elementari, primitivi e di energie espressive coinvolgenti


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