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Natura morta

di Nicodemi Rolando

900,00EUR 150,00EUR

Natura morta
olio ssu tela
40x50 cm

Rolando Nicodemi nasce a Ferrara il 23 dicembre 1922


LA PITTURA DI NICODEMI NELLA LUCE MORANDIANA


Non ho frequentato molte scuole né trascorso il mio tempo fra cenacoli di artisti. Non ne ho avuto il tempo o forse mi sono mancate le occasioni. In com­penso dispongo di due assi nella manica che mi hanno largamente ripagato della mia solitaria for­mazione artistica. Due assi. Quali? Il primo, lascia­temelo dire, è una innata predisposizione al dise­gno e alla pittura, intesa come vera e propria voca­zione; il secondo è una grande ammirazione, un ve­ro e proprio amore che mi accompagna da quando ho l'uso della ragione, per la stupenda pittura di Giorgio Morandi.


 


Il primo asso è un dono della Provvidenza perché, che io sappia, non ci sono altri artisti nella mia casa­ta dai quali possa aver ricevuto l'imbeccata. Il se­condo asso non so come, dove e quando sia scatta­to; so solo che quando una prima volta l'occhio mi cadde su un quadro di Morandi, il mio animo si ac­cese di una luce nuova. L'emozione si ripeteva ogni volta che mi capitava di osservare una natura mor­ta, un paesaggio o che altro sia del grande pittore bolognese. Me lo studiavo da ogni lato, nell'insieme e nei particolari, ponendomi tante tacite domande quasi a voler carpire il segreto racchiuso in quelle povere scarabattole, in quei sommari paesaggi o in che altro sia. Non potevo imitare lo stile, è ovvio, né l'atmosfera che si sprigiona da quei quadri. Copiar­li non avrebbe servito a niente. Avevo bisogno di capire il suo atteggiamento di fronte alla realtà, le ragioni delle sue scelte e, infine, riuscire per un mi­racolo a sfiorare lo stato di grazia che aleggia in tut­ta la sua opera.


Per vari anni anche la scultura tenne impe­gnato l'artista,ma la pittura restò sempre privilegiata. Qui sopra un bassorilievo in legno del 1963 che misura cm 70x100. Erano gli anni in cui le sintesi astratte inte­ressavano maggiormente i giovani artisti.


Chi parla così è Rolando Nicodemi, un pittore ferra­rese di provata esperienza che si trova nel pieno di una raggiunta maturità. Ferrara é una città d'arte, un'arte che si respira nell'aria, che si ritrova nell'ar­monia delle sue belle strade, case, giardini e monu­menti. Un'arte che Nicodemi respira fin dall'infan­zia. Un'infanzia, per altro, trascorsa senza particola­ri eventi: la scuola, i compagni di studio e di svago, le prime scuffie, le prime letture. Poi una giovinez­za sciupata da una brutta guerra. Un solo particola­re lo distingueva dai suoi compagni: una non co­mune abilità nel disegno. Nicodemi ricorda che a scuola l'insegnante lo rimproverava con rassegna­zione ripetendogli: "Caro Rolando, tu fai i disegni mentre gli altri fanno i problemi". Anche durante il servizio militare, trascorso in aviazione a Padova, a Udine e a Trieste, non perdeva occasione per eserci­tarsi a disegnare e a dipingere. L' 8 settembre del '43, quando accade quel ribaltone che sappiamo, si trovava a Trieste. Senza pensarci due volte s'incamminò con lo zaino in spalla verso Ferrara. Il viaggio era lungo, forse 300 chilometri, percorsi tutti a pie­di. Ma era la strada di casa!


La sorte volle che in quegli anni o poco dopo s'in­contrasse con un compagno d'infanzia che non ri­vedeva da allora. Aveva anche lui, Oscar Sisti, un asso nella manica (Nicodemi ne aveva due) cioé una felice disposizione al disegno e alla pittura. Ri­trovarsi fu un piacere per entrambi. Insieme si reca­vano sulle sponde del Po; Sisti portava con sé la cas­setta dei colori, ma preferiva pescare; Nicodemi portava la lenza, ma preferiva dipingere. Il sodali­zio durò a lungo e fu per Rolando una buona scuo­la.


La pittura non gli montò la testa. Conosceva i suoi limiti. Sapeva che la strada dell' arte presenta molti ostacoli. Nonostante i buoni risultati che andava a poco a poco raggiungendo, non osava ancora quali­ficarsi pittore. Rifiutava poi di essere considerato un pittore dilettante perché sapeva che è tale solo colui che non sopporta la noia con la quale prima o poi si imbattono i principianti; quella noia che biso­gna avere la forza di vincere per giungere alla feli­cità di un risultato. Fu lieto quel giorno in cui gli ca­pitò di leggere una citazione di Van Gogh, scritta in una lettera inviata al caro fratello Théo. Provò forte emozione perché gli sembrò che quelle parole fosse­ro rivolte a lui. La frase è una delle più belle che mai siano uscite dalla bocca di un artista. Una frase che sembra stare scritta agli inizi dell'arte contempora­nea come un moderno Conosci te stesso: " Quando ci si dice « Io non sono un pittore» - scrive il grande Vincent - è allora che bisogna dipingere. L'artista moderno non esiste autenticamente che a partire da un tale momento, da un tale scoramento, da una ta­le negazione di sé di fronte all'enigma dell'arte, e da una tale decisione di tuttavia tentare. Altrimenti si possono ricevere tutti i segni del successo, della fa­ma, della stima ma non si è artisti'.


Reduce dalla guerra era sorto per Nicodemi il pro­blema di un lavoro che gli desse da vivere. La pittu­ra era allora soltanto una speranza di proventi. Con i risparmi che possedeva decise di aprire a Ferrara un negozio di calzoleria. Frattanto sposa una genti­le signorina mantovana Pina Ganzarolli, dalla qua­le riceve, fra tanti doni, uno molto gradito: una grande cassetta di colori, il cavalletto e tutto l'oc­corrente per dipingere.


Il negozio che disponeva di uno spazioso retrobot­tega non gli impediva di dedicare alcune ore del giorno al lavoro prediletto. Allacciava intanto rap­porti con altri pittori ferrarresi: oltre a Oscar Sisti si incontrava con Marcello Tassini, Gigi Maini e altri.


L'impatto più stimolante fu però provocata dall'in­contro con la pittura di Giorgio Morandi, tanto che Nicodemi non tardò a eleggere il grande bolognese a suo maestro segreto. Non si stancava di osservare i suoi quadri. Ne osservava l'impianto e il taglio, l'armonia delle proporzioni, la stesura dei colori e, soprattutto, lo colpiva l'incanto dell'atmosfera me­tafisica che avvolgeva i suoi dipinti. Forse anche in virtù di un tale incontro, Nicodemi avvertiva che la sua pittura andava crescendo e si consolidava. In cuor suo era convinto che non avrebbe ottenuto uno scatto così risoluto senza la guida ideale illumi­nata e silenziosa del maestro bolognese. Ma non solo verso di lui resterà debitore. Durante i suoi frequenti viaggi alle Biennali di Venezia e alle grandi manifestazioni d'arte che insieme alla moglie fre­quentava assiduamente, Nicodemi venne a contatto con tutta l'arte italiana del Novecento e non solo italiana. Qualcosa deve pure a Casorati. Quel sapo­re metafisico che alleggia nelle opere del grande pit­tore piemontese non ha lasciato indifferente il no­stro Nicodemi; come pure Balthus, il cui fortuito impatto a Venezia lasciò non poche tracce nell'ani­mo del ferrarese. Ma del singolare pittore franco - polacco si accennerà più avanti.


Il 1967 è una data che Nicodemi non dimentica: in quell'anno tenne a Ferrara la sua prima mostra per­sonale alla Galleria "La Linea". La mostra non pas­sò inosservata alla stampa né al pubblico. Fu notata da un critico attento come Carlo Tarocco, il quale scrisse fra l'altro che Nicodemi aveva trovato nelle acque, nelle sabbie, nelle golene, nelle macchie e nelle peschiere del grande fiume un mondo perfet­tamente consentaneo alla sua fantasia e al suo senti­mento, un mondo che ha aperto al pittore l'espres­sione in una forma limpida e diretta, con un lin­guaggio costante e ricco di poesia. Nelle sale di quella stessa Galleria, Nicodemi aveva esposto an­che alcune sculture in terracotta. Una tecnica, que­sta, che per qualche tempo lo appassionò, ottenen­do talvolta risultati apprezzabili, ma la pittura re­stava privilegiata.


In precedenza aveva già esposto le sue opere in mo­stre di gruppo o collettive, come quella allestita alla Galleria Isonzo di Ferrara (1959) assieme a Walter Masotti, Gianni De Stefani e Gianfranco Sfarzi. Visi­tatissima dal pubblico. Seguirono altre esposizioni, come quella cui partecipò per invito tenuta al Ca­stello Estense assieme a Mimì Quilici Buzzacchí ed altri pittori ferraresi.


Fra le altre personali sono da segnalare le mostre te­nute alla Galleria Borgo dei Leoni, al Club Amici dell'Arte, al Diamante, alle Grotte Boldini, all'ACLAF, tutte ampiamente recensite dai critici del Resto del Carlino, della Gazzetta di Ferrara e da altri periodici locali.


Frattanto stanco di vendere scarpe, nel 1969 cede il negozio per aprire una cartolibreria rallegrata dalle esposizioni di giocattoli. Manterrà il nuovo eserci­zio per vent'anni, fino al 1989. Il mutato impegno non compromise l'attività del pittore, tanto più che la Signora Pina prestò valido aiuto alla conduzione dell'azienda. Diciamo che era lei al timone della barca quando Rolando dipingeva.


Ferrara è una città adorabile per viverci e lavorare, ma non è detto che Nicodemi e signora non amasse­ro viaggiare. Le principali città d'arte italiane sono state per il pittore una preziosa fonte di idee, di pro­getti e di aggiustamenti di tiro. Bologna, Venezia, Firenze, Milano, Torino erano le mete preferite per visitare musei, gallerie, monumenti e per partecipa­re a grandi manifestazioni d'arte. Alla Biennale di Venezia vi si recava due e anche tre volte ad ogni stagione. Quando poi decise di chiudere la cartoli­breria fu la volta buona che la pittura diventò la sua totale ed esclusiva occupazione.


Ma chi è Rolando Nicodemi? Perché dipinge e che cosa? Dove vuole arrivare? Il discorso si fa qui più sottile. Innanzittutto Nicodemi non è un dilettante. Autodidatta sì, ma non dilettante. Abbiamo già de­finito la natura del dilettante: è un mezzo personag­gio che alle prime difficoltà smette di dipingere op­pure prosegue percorrendo la più facile strada della banale ripetizione. Nicodemi no: lui gli ostacoli li ha incontrati, ma con forza d'animo li ha superati, rivolto a mete ben più ambiziose. Si è venuto così a trovare, in virtù della sua felice disposizione, su un piano più alto. E' artista vero solo colui che sa pro­durre uno sguardo inatteso sulle cose che dipinge, e sa lavorare di fino sui particolari e sui dettagli. Ni­codemi ha appreso bene la lezione (Morandi gli è stato di conforto) quando ha capito che la pittura, la vera pittura, comincia dove finisce la realtà, e co­mincia quella sorte di illusione che qualche volta chiamiamo poesia. La bellezza, in fondo, altro non è che un istante privilegiato che l'artista, consapevole o no, persegue continuamente. Forse ha ragione Borges quando afferma che un'opera d'arte non è che "un lungo cammino per ritrovare, con i sotter­fugi della tecnica, le due o tre immagini semplici e grandi sulle quali una prima volta il cuore si e aper­to". E aggiunge, rivolgendosi al critico e all'osserva­tore in generale: "A te, lettore, non mi permetto di svelare l'opera dell'artista, ma ti devo raccontare perché e come l'ho scelta, perché ne parlo, come la vedo. Insomma ti racconto un percorso personale o storico, una storia o un mito, la leggenda dell'ope­ra".


Allineati sulle pareti di una galleria o riprodotti nel­le pagine di una monografia i quadri di Nicodemi presentano alcuni caratteri peculiari. Innazittutto una coerenza stilistica e cromatica a tutta prova. Una pittura solo apparentemente semplice ma in realtà ricca di sapori e di echi. Una pittura fatta di pochi oggetti familiari, vasi, ciotole, fiori, noci, qualche frutto, cardi, pannocchie, girasoli, un man­dolino: ecco, sono questi i soggetti che sostengono la poetica nella pittura di Nicodemi. Quel suo saper tenere a bada i colori, quel suo sofisticato puntuale amore per le piccole grandi cose, quel suo saper creare l'atmosfera ideale che nasconde una sottile malinconia: in questo panorama domestico è dato riconoscere l'animo dell'uomo e il talento dell'arti­sta.


Vi è però un capitolo nella pittura di Rolando Nico­demi che merita particolare attenzione. Oltre alle nature morte di cui si è finora accennato, l'artista si è applicato a studiare la figura femminile colta allo sbocciare dell'adolescenza.


Sono bambine o giovinette sorprese nell'intimità della casa. Sedute o in piedi, vestite o no, esse si guardano allo specchio o sono intente a leggere, so­gnano, interrogano il futuro con il pendolo, pizzica­no la chitarra o il mandolino. Delicate creature che ricordano le bambine di Balthus; ma a differenza del pittore franco - polacco, nelle cui fanciulline tra­bocca una straordinaria mescolanza di purezza e di erotismo, di sublime e di corrotto, in Nicodemi non c'è malizia né ambiguità, bensì un sereno e traspa­rente sentimento di castità. Il diverso argomento è un capitolo che non si discosta più di tanto dalla via maestra tracciata e percorsa felicemente dal pittore ferrarese, il quale rivela in tal modo la padronanza dei propri mezzi in coerente accordo con la sua vi­sione della illusoria realtà. Che più? Compito del critico non è certo quello del giudicare, o comunque non giudicare subito, o almeno non prima di averci fatto penetrare nell'opera d'arte.


L'importante, caro Rolando, è far bene ciò che si fa. Un consiglio, tanto per finire. Rifiuta rigorosamente ogni cosa al di sotto del meglio che sai fare. D'altra parte, non dimenticare che lo scopo di un quadro è sempre quello di renderci felici e che una cosa sola ci consola dalla pena di vivere: l'arte.


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