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Pretini

di Caffe Nino

n.d.

Pretini
Olio su tela
40x30 cm
Anni '80

Certificato di garanzia su fotografia

Dopo essersi diplomato all'Istituto di Belle Arti di Urbino, inizia la sua attività a Pesaro nel 1931. Dal 1934 espone alle Biennali di Venezia e alle Quadriennali romane. Numerose le personali allestite in Italia (1941, 1946,1971,Galleria Gian Ferrari Milano, 1943 Palazzo Ducale ad Urbino, 1950,1951,1954 Galleria l'Obelisco a Roma, 1962 Galleria Ghelfi a Verona, 1971 Galleria Patrizia, Montecatini Terme) e all'estero: (New York, Boston, Chicago, Los Angeles,S.Francisco). Numerosissimi i premi. Le tele di Caffè sono rese inconfondibili dalla presenza di preti o suore in atteggiamenti da "tempo libero" in diverti menti ingenui o alle prese con difficoltà di ordine naturale, come folate di vento o acquazzoni. Anche se l'artista, molto sbrigativamente, è stato definito "il pittore dei pretini" non ci si può fermare a questa etichetta di comodo: alle qualità fantasiose di tipo naif-surreale si accompagna una cura eletta della forma, un gusto raffinato e vigile del tono e dei cromatismi. Significativa, per l'evoluzione pittorica di Caffè, è stata la mostra allestita nel 1971 alla Galleria Gian Ferrari: il "pretino" non è più l'ometto racchiuso dentro l'atmosfera serena del seminario o del giardino, ma appare pieno di inquietudini, oggetto di una nuova indagine psicologica. Le architetture che facevano da sfondo alle sue storie appaiono sgretolate, le cupole, in primo piano, sono scoperchiate. L'ironia si carica talvolta di drammaticità; è avvertibile nelle composizioni di Caffè il segno del mutamento dei tempi: "umori specifici della pittura italiana fra le due guerre, sulle coordinate delle ricerche post-impressionistiche e post-espressionistiche, gli hanno insegnato qualcosa" (V.Volpini). Nella "Torre di Babele" la più impegnativa opera recente dell'artista, la drammaticità grottesca diventa segno del pessimismo cattolico che lo ispira.


 


Mercato : Internazionale
Prezzo di Riferimento (50x70): Da 12000 a 20000 Euro secondo i periodi

Le autentiche per questo autore vengono rilasciate da:

Archivio Fotografico Generale di Nino Caffe che fa
capo al Dott.Borghi Giorgio. Visitare all'apposita sezione:
www.ninocaffe.com

Giovanni Granzotto: Nino Caffe, poesia di un censore benevolo

Ho accettato di scrivere un testo critico su Caffè prima di tutto per una considerazione etica del ruolo dello storico dell'arte, pur modesto ed ininfluente come il mio:
mi pareva giusto, ed anche necessario, che qualcuno si occupasse di quell'artista tanto bravo, quanto non studiato, malcapito, incompreso, perfino stravolto dallo stesso successo commerciale, che lo aveva confinato fra i mestieranti ed i manieristi di una pittura per il facile consumo.
E poi mi parve sacrosanto non abbandonarlo, cosi indifeso, cosi solo, pur se attorniato dai suoi fragili pretini, in mezzo agli uragani, alle tempeste, alle contestazioni di tutti questi ultimi anni.
Già da un po' andavo dicendomi che si sarebbe pur dovuto parlare anche dell'arte di
Caffè, oltre che di invasione del mercato, di quadri buoni, dubbi, falsi.
E una volta intrapresa questa fatica, mi é parso di dover rispondere subito per una mancanza, forse addirittura per un debito che la critica tutta aveva nei suoi confronti:
essersi ben poco occupata del suo stile, della stesura cromatica, della sua cifra formale, del suo dipingere, insomma, al di là dei soggetti e dei contenuti. Subito, infatti, mi parve evidente che per troppo tempo, di Nino Caffè,
si erano trascurate le fondamentali frequentazioni romane, la prossimità con quegli ambienti, con quelle accolite di artisti, che, in qualche modo, riferivano o erano in contatto con la cosiddetta "Scuola Romana". Perlomeno con quella fase o gruppo allargato della "Scuola Romana" ; che aveva raccolto, nel dopoguerra, quasi tutte le migliori energie giovani, sul fronte della pittura tradizionale, di matrice ancora figurativa.
Con compagni di strada della stoffa di Vespignani, Music, Foppiani, ecc., attraverso il ponte comune costituito dalla galleria dell'Obelisco, il giovane di Alfadena si immergeva completamente in quell'atmosfera romana, cosi pregna della lezione dei Melli, degli Stradone, degli Scipione, dei Mafai, affinando un talento innato, che lo indirizzava naturalmente verso cromatismi caldi, verso impasti morbidi, in cui le terre si stemperavano dolcemente nell'incontro con i grigi, i violetti, i neri;
in un confronto fra simili, senza contrapposizioni e fratture.
Sarà lo stesso Caffè a ricordarci, molto tempo dopo, l'importanza di quell'immediato dopoguerra: "...Appartiene al periodo che corre tra il 1946 e il 1950, periodo che fu determinante per me e per un certo numero di pittori (cito a caso dei nomi: Vespignani, Music, Foppiani, Pagliacci, Mosca ed altri) grazie al nostro incontro con Irene Brin e Gaspero Del Corso. Vorrei dire qui in quale misura essi contribuirono, in quel delicato periodo postbellico, a rendere la Galleria L'Obelisco, un punto di riferimento e d'incontro culturale per le arti figurative, non meno importante del salotto dei gentili signori Bellonci;... ." E probabilmente da quel rapporto con il mondo romano derivava anche la particolare attenzione, spesso risolta in inquadrature un po' scenografiche, per l'impianto architettonico dell'opera, nella disposizione delle masse, dei volumi, nella organizzazione delle vie prospettiche, nella ricerca dei contrappesi formali, in un suo puntualissimo ordine strutturale.
0 forse, tutto questo, a ripensarci, era proprio farina del suo sacco, natura di Caffe, artista colto del Centro Italia, che aveva assimilato e digerito compiutamente la tradizione formale del classicismo italiano
(che aveva sempre prosperato in quelle terre), incentrata e sostenuta sul rigore formale, e sul rapporto diretto con la materia, con la sostanza primigenia della pittura. Ed egli si poteva ben riconoscere come figlio di una civiltà comunale, in cui le vie, i larghi, le piazze, i fori, cosi come i cortili ed i palazzi, e le dimore civili ed ecclesiastiche, rappresentavano non un microcosmo, ma il luogo, i luoghi degli avvenimenti, dove artigianalmente, nella misura dell'uomo, si andava costruendo la storia.
Caffè era rimasto, con la memoria e con il cuore, imprigionato in quegli ambienti, ed in quelle architetture, e, nel suo certosino lavoro da amanuense, sembrava quasi voler far rivivere, perlomeno voler fotografare, cristallizzandolo, un suo "piccolo mondo antico". Infatti, anche nel fortunato periodo americano, che negli anni cinquanta lo consacrò artista di grande successo commerciale anche in quel mercato, Caffè non si concesse inquadrature, scenografie, ambientazioni diverse da quelle consuete, e che sempre riferivano ai paesaggi romani, ai parchi, ai templi, alle scalinate, alla vie ed alle case, ai palazzi,
ai conventi ed alle sacrestie di un Centro Italia appoggiato e sospeso sulle memorie della classicità. E, naturalmente, l'arte di Caffè trasudava la sua simpatia, l'afflato quasi, (e mi parrebbe più riconducibile ad un frequentatore di canoniche e di conventi, che a qualche personaggio da "strapaese") per uno spaccato del mondo che era riuscito a preservare, se non la realtà, perlomeno la confezione della stessa, nelle regole, negli ordinamenti originari, e
nell'immagine.
Egli era certamente un conservatore ed un tradizionalista; di quella specie che, nella prima parte del secolo, si era riconosciuta nella lezione della Voce, dei Papini, e poi dei Prezzolini, e di altri ancora che erano consapevoli, in una sorta di pessimismo e fatalismo, di quanto i vizi e le debolezze degli italiani fossero assolutamente irredimibili.
Ma anche consapevoli, ed in certo modo perfino orgogliosi, del fatto che queste fossero anche le nostre stigmate, le nostre stellette, il timbro più sicuro e palese dell'identità e della continuità di un popolo.
Però, a differenza degli altri intellettuali tradizionalisti e pessimisti, Caffè quel popolo, quella gente la amava; teneva a cuore le sue "vittime", quella folla di pretini, di cardinali, di carabinieri, di personaggi che non venivano inseriti sulla scena per rappresentare se stessi, quanto, piuttosto, un'intera categoria, della quale incarnavano non solo i pregi e i difetti più tipici, ma anche quelli più soffusi e comunque divertenti.
Ecco, Caffè non si poneva mai nel ruolo e soprattutto nella scranna del fustigatore di costumi, per intenderci del vignettista satirico alla Maccari; si accontentava dell'ironia e dell'acume, che gli permettevano di far affiorare le componenti
meno clamorose, evidenti, raccontate del carattere italiano; ma che erano (e forse restano) connaturali e tanto radicate, da assurgere a testimonianze non contraddicibili del comportamento di intere categorie, di interi corpi sociali.
E da conservatore "tout court'; Caffè si riferiva ai propri simili, ai templi della tradizione e della conservazione:
al clero, in tutta la sua variegata e onnipotente piramide gerarchica, alla truppa numerosa e pittoresca dei carabinieri. Tutti immaginandoli come componenti di congreghe, combriccole, adunanze più o meno consistenti, occupate nella costante fatica di occuparsi dei propri bisogni.
E qui interveniva il genio poetico di Caffè, capace di miscelare, appunto, poesia ed ironia, in folgorazioni pittoriche che non raccontavano aneddoti, storie, accadimenti individuali, ma tentavano di cristallizzare pittoricamente vizi e debolezze comuni, furbizie malcelate o troppo smentite.
E sempre con benevolenza, con una sorta di partecipazione affettuosa alle vicende (magari anche meschine, misere, mediocri) degli attori di queste "compagnie di ventura" più o meno al servizio della legge.
L'artista non rimaneva al di là, al di fuori della scena; non si concedeva il
ruolo di giudice, e non si permetteva di infliggere pene: egli aveva solo il compito, possedendone il dono, l'intuito, la capacità, di svelare la malizia celata, di cogliere l'ipocrisia, l'infingimento, di confermare le altre intenzioni e le altre realtà, oltre la buccia, e talvolta il velo dell'apparenza.
E di cogliere, sempre e comunque, il lato buffo, il gioco, il divertimento, trasformando anche gli argomenti più seriosi nell'occasione per una gran risata.
Certi dipinti di Caffè, soprattutto alcuni eseguiti sul finire degli anni cinquanta, sono davvero squillanti e sonori...
par di partecipare agli avvenimenti, all'azione, e di udire distintamente il trambusto, talvolta lo strepito, e poi sullo sfondo lo sgorgare, come da una quinta misteriosa,
della crepitante risata liberatoria dello spettatore. V'è in questi minuscoli e minuziosi, ma intensi e ricchi di straordinario dinamismo, spaccati di vita italiana, una formidabile capacità di inserire la folla, di materializzarla, di farla veramente vivere sulla tela.
Se un artista come Maccari, il principe dei fustigatori satirici,
si compiaceva del proprio acume, della propria "verve'; di quella scattante abilità nel cogliere le miserie degli individui, e si riteneva appagato nel fermare sul foglio o sulla tela l'attimo esemplificativo e chiarificatore di una debolezza, quasi avvicinando la satira ai territori, ai confini stilistici di un realismo trasfigurante; per Caffè determinante rimaneva l'impulso narrativo: la sua vocazione profonda a superare l'intuizione mordace, corrosiva, per privilegiare il racconto pittorico, per confermare una bella pagina di pittura, per offrire allo spettatore non tanto l'occasione di sorrisi ironici o di amare considerazioni, quanto, piuttosto, un personale film muto (e nemmeno tanto muto in verità), costruito su mille fotogrammi sempre uguali e sempre diversi, che volevano presentarci uno spaccato, un piccolo affresco intimista dell'Italietta provinciale. Un racconto corale i1 suo, sostenuto su accenti ironici e canzonatori, ma anche su una scrittura morbida, ammiccante, godibile.
Fin dalle prime nature morte, negli anni trenta - quaranta, si poteva intuire una straordinaria sapienza compositiva che gli permetteva di affollare il dipinto di molteplici oggetti: strumenti musicali, chitarre, caffettiere, maschere, brocche, ecc., tutti elementi composítivi che possedevano una intrinseca godibilità rappresentativa, ed una propria volumetria e pregnanza formale.
E la sua finezza stilistica gli permetteva di
preservare il dipinto da pesantezze ed inciampi strutturali, preannunciando invece, quella musicalità interna, quel ritmo, che si confermeranno una della sue qualità principali. Già andava emergendo quella sua particolare sensibilità cromatica, che sembrava condurre verso una rappresentazione un po' volumetrica e tonale degli oggetti, attraverso l'uso di tinte calde e pastose, ed, allo stesso tempo al tentativo (riuscito) di animarli di un sottile, un po' magico, "esprit" interiore.
Nelle "Fughe'; nelle "Ricreazioni'; nelle "Sommosse", nei "Temporali" di quegli anni '50, era tutto un brulicare di figurette, pretini, fedeli, carabinieri, avvocati; gente comune. Opere in cui quell`esprit", quella tensione interna spesso si tramutava in un vento anche vorticoso, sostenuto e alimentato da intense folate di sorpresa e di stupore.
Ecco, l'idea ed il sentimento della apparizione e della sorpresa si erano impadroniti della coscienza artistica di Caffè, irrompendo prepotentemente nei suoi dipinti.
E da quel momento senza più abbandonarli, anche se sempre vigilmente controllati dalla sua squisita sensibilità pittorica.
I quadri di Caffè vengono ad assumere una specie di
foga interna, di tensione all'accadimento, di attesa per epifanie forse non prevedibili.
Dunque è questa brezza, talvolta un vento leggero ma sostenuto al tempo stesso, il motore, l'anima dei dipinti di Caffè, che, in una descrizione puntuale, dettagliata, minuziosa, portata a sottolineare particolari meno evidenti ai più, sembra attratto dai paradossi più curiosi e sorprendenti, ma anche più tradizionali, della nostra cultura popolare. Soprattutto egli cerca di offrire agli stereotipi, alle scenette cristallizzate, ordinate, ben impaginate, secondo una sapiente orchestrazione, una via di sfogo, un'alternativa dinamica, con il riuscire a far percorrere l'opera d'un fremito, d'un palpito, talvolta direttamente rappresentato dal turbine ventoso, talvolta solo alluso, o annunciato.
Si tratta, appunto, del segreto di quel ritmo misterioso che anima i suoi lavori, percorsi, dunque, da due linee espressive: una precisione progettuale, favorita da rigorose simmetrie, secondo moduli seriali molto definiti;
ed una stesura, un tocco morbido e vivace, atto a liberare una energia ritmica, capace di sciogliere i1 dipinto da schemi un po' troppo rigidi, architettonici.
E su questo impianto, magistralmente organizzato, si dispiega la vena ironica e poetica del
Maestro; che, oltretutto, sembra davvero divertirsi nel curiosare fra le piccole miserie degli avvocati, nel frugare fra i peccatucci dei religiosi, nello scovare 1e manchevolezze,
le deficienze dei gendarmi nello sbugiardare, insomma, i tutori dell'ordine e i depositari della virtù.
Col tempo la pennellata diventò un po' più larga e riassuntiva, senza perdere, però, la finezza del tratto ed i1 fiuto, il gusto del tono.
Quella che andò un po' scemando fu la carica di ottimismo e di benevolenza: il sorriso diventò più sarcastico, o forse solo un po' più amaro; i vizi, i difetti dei suoi personaggi sembrarono affiorare con maggior prepotenza ed invadenza.
Forse era la società, la piccola provincia italiana che stava (e sta) incancrenendo; o forse era solo la più terribile delle malattie, la vecchiaia, che stava avendo il sopravvento anche sul buon carattere di Nino Caffè


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