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- Silvia Pegoraro: l'Ort-zeit di Christiane Beer n.d.

Silvia Pegoraro

L’ “ORTZEIT” DI CHRISTIANE BEER :
IL “LUOGO” E IL “TEMPO” DELLA SCULTURA


Né forme, né oggetti, forse luoghi. Christiane Beer Lo scultore è un manipolatore di realtà spaziali: manipola la materia, lo spazio che la contiene e al quale, d’altra parte, essa stessa concede di esistere. La forma è il frutto di una lotta accesa tra lo spazio empirico della materia e lo spazio mentale dell’artista. L’artista riflette sul corpo della luce racchiuso nella materia: la sua è un’interrogazione, un’analisi, la ricerca di un possesso intellettuale ed emotivo dello spazio, forse per dimostrare che “La luce qui non trattiene prigionieri / né in muro né in pietra, ma effonde una libertà. / Estende un’ombra come un pensiero più profondo…”, come scrive la poetessa inglese Elizabeth Jennings . Con la loro perentoria eppure evanescente presenza, le opere della scultrice tedesca Christiane Beer tracciano percorsi di luce, luce come vibrazione ottica e come luogo simbolico, luogo del sentire (Fühlen) e luogo del pensare, dunque dell’astrarre (Ab-sehen). Coinvolgono la materia come idea di spazio, il luogo come progetto, dunque come tempo, il progetto come immaginazione. Grazie a queste sculture che sono luoghi, e non appartengono a nessun luogo, lo spazio custodisce l’utopia dello sguardo e consente al possibile e al nascosto di sopravvivere. Guardandole, viene da pensare a quel “luogo di purezza inattaccabile” di cui parlava nei suoi aforismi parigini il grande pittore Otto Wolfgang Schulze (Wols), il primo e il più poetico degli Espressionisti Astratti europei, di origine sassone come la Beer…
L’ Astrazione (Abstraktion) e l’Empatia (Einfühlung), i due impulsi contrapposti di cui parlava Worringer nel suo celebre e fortunatissimo libro , sembrano affrontarsi e coesistere dialetticamente nel lavoro dell’artista tedesca .
Scriveva Worringer:

Mentre l’impulso di empatia è condizionato da un felice rapporto di panteistica fiducia tra l’uomo e i fenomeni del mondo esterno, l’impulso di astrazione è conseguenza di una grande inquietudine interiore provata dall’uomo di fronte ad essi, e corrisponde (…) a un’accentuazione fortemente trascendentale di tutti i concetti. Possiamo descrivere questo stato come un’immensa agorafobia spirituale
.

In questa "grande inquietudine interiore" che è alla base dell’impulso di astrazione si può forse cogliere un’apertura verso quella linea del sublime che, dal catalogo di luoghi e manifestazioni fornito da Burke nella sua Enquiry, si diffonderà nella cultura "gotica" tardo-settecentesca e poi in quella romantica, e condenserà quei temi tutti moderni, l’eros, la morte, l’eclissi dell’Io, che filtreranno in Schopenhauer e Freud, per approdare al Novecento in termini di inquietudine esistenziale: “E’ tempo…che l’inquietudine abbia un cuore che batte”, scriverà Paul Celan . Lo scultore lavora la materia per trarne un’immagine spaziale e collocarla nell’ambiente. Dunque, uno dei problemi che da sempre si associa alla sua arte è il progetto e la realizzazione della forma in funzione di un luogo possibile. Christiane Beer, in particolare, lavora sui luoghi possibili del corpo, del pensiero e dell’anima: una fusione di soggettivo e oggettivo, in cui la suggestione del ricordo e del desiderio individuali e quella dell’immaginario culturale – la letteratura e la musica, in particolare – si uniscono dando luogo a un libero e al contempo rigorosissimo dispiegarsi della forma, come avviene, appunto, nella composizione musicale. Christiane Beer non scolpisce, ma “fa spazio”, per usare un’espressione di Heidegger, e con la sua affascinante azione artistica ci convince di quanto lo stesso Heidegger afferma nel suo libro L’arte e lo spazio : “Dovremmo imparare a riconoscere che le cose stesse sono i luoghi, e non solo appartengono a un luogo” . Ancora Heidegger, cita nel suo saggio L’origine dell’opera d’arte una frase del grande pittore tedesco Albrecht Dürer (1471-1528), secondo cui “l’arte è in verità dentro la natura, e chi è capace di trarla fuori la possiede”. Ecco allora l’Abstraktion di Christiane Beer, questo ab-trahere, trar fuori, appunto , il soggettivo dall’oggettivo, e viceversa. Come lei stessa scrive, in alcune note inedite:
Abstraktion/Astrazione muoversi nella contraddizione di soggettività e oggettività; sensualità (Sinnlichkeit, Gefühl); ordine e struttura; l’attimo, il presente e il senza tempo; la concretezza, la materialità e il sublime, il mistero; il pensiero romantico e una concezione classica; l’esperienza e l’idea.
Per questo, sempre secondo le sue parole, la sua arte è Fisicità / Sein-Essere/ Essenza /Una realtà /Un luogo dove convergono la passione e il rigore. Tutto questo è testimoniato dalla sua stessa storia esistenziale: incarnazione contemporanea al femminile del romantico Wanderer, Christiane Beer lascia la terra madre germanica per inseguire il mito mediterraneo della luce, del colore, della “Poesia”: La parola Poesia mi ha portato in Italia, la fascinazione per il paesaggio (il mare) e le infinite tracce della storia dell’arte…la sensualità nell’astrazione, per esempio nell’arte di Fontana….magari anche un’attrazione romantica, da sempre diffusa nella cultura tedesca … “Abbandono” poetico immediatamente contrappuntato – secondo la consueta convergenza di rigore e passione – da un preciso e assertivo riferimento a un altro fulcro della sua formazione e della sua poetica: D’altra parte mi sento vicina al Minimalismo e all’Espressionismo astratto dell’arte americana. Mi affascina la radicalità, l’essenzialità e la libertà, sia nell’opera che nel pensiero…la non-divisione tra contenuto e forma (Inhalt und Form). Astrazione “lirica”, dunque, nutrita di una cultura europea del simbolo, della memoria e della bellezza, e insieme astrazione radicale e tautologica, in cui la forma dell’opera coincide rigorosamente con il suo contenuto, come avviene nel Minimal statunitense, e che forse potrebbe essere sintetizzata da questa frase di Claude Lévi-Strauss: “Mi percepisco come un luogo dove accade qualcosa, ma dove non c’è un io”: una frase annotata dalla giovane artista tedesca fra quelle che più hanno sollecitato il suo pensiero, nell’oceano linguistico-culturale dell’Occidente. In occasione della sua prima personale presso la Fabbri Contemporary Art, Christiane Beer presenta una dozzina di grandi sculture in cemento, alcune delle quali appositamente realizzate per questa mostra, e una serie di opere su carta eseguite a matita, pigmento bianco e polvere di marmo. Il titolo della mostra, ORTZEIT, è una parola che non esiste, una parola inventata, ma che è frutto della fusione delle due parole in lingua tedesca :“Ort” , “luogo”, e “Zeit”, “tempo”. “Ort” è il luogo come orizzonte e orizzontalità assoluta, luogo del corpo che riposa sulla terra, che a lei come mater materia è fisicamente, irresistibilmente legato. “Zeit” è il tempo come verticalità, proiezione verso un altrove, elevazione metafisica verso la conoscenza e la spiritualità… Christiane Beer gioca ai confini tra il visibile e l’invisibile, trovando però saldo fondamento in uno spazio “assoluto”, mentale, archetipico, che musicalmente assomma l’orizzontale e il verticale, la melodia e l’armonia : sembrano affascinarla la tensione e la sintesi tra le forze verticali - simbolicamente la trascendenza, il pensiero, la spiritualità - e quelle orizzontali - legate all’immanenza, al fenomenico, alla sensualità. E proprio in queste due fondamentali direzioni - orizzontalità assoluta e verticalità assoluta - si sviluppa con forza la scultura - essenziale, più ancora che minimale - in cemento o in ceramica, da parete o da terra, di Christiane Beer. Una scultura che sviluppa in infinite variazioni e combinazioni il modulo quadrangolare-paralelepipedo: una forma base che è prima di tutto un di-segno nel piano, un segno bidimensionale, reso poi tridimensionale dallo spessore. Costruisce così uno spazio che è luogo, perché è abitato dal tempo: tempo come scansione, ritmo, libertà di movimento. E’una peripezia attorno al peso e alla leggerezza della materia, secondo la formulazione antinomica già applicata da Calvino alla letteratura, nella famosa “lezione americana” sulla Leggerezza. Una peripezia che fa approdare all’affascinante paradosso di una scultura capace di affermare la sua forza con un sottile e accanito procedimento di sottrazione, riduzione, variazione, in un intenso dialogo con l’architettura e con la musica. Si avverte qui la consapevolezza che lo spazio è uno di quei fenomeni-concetti originari capaci di provocare nell’uomo, come afferma Goethe, una profonda inquietudine, un’inquietudine sub-limen, l’inquietudine con “un cuore che batte” del Celan di Corona: lo spazio è ciò che cattura totalmente. Lo spazio come orizzontalità, che si dispiega in Bodenskulptur come Ort-Luogo, o in sculture da parete concepite però secondo un asse orizzontale; e lo spazio come verticalità che s’impenna in Vertikal o Placed, o sale gradatamente in modulazioni ritmiche, come in Konstellation...Scrive l’artista: Bodenskulptur, “scultura collocata sul pavimento”, si situa nel vero senso della parola sulla terra….sottolinea l’esperienza antica dell’uomo che consiste nella percezione dell’Orizzontale – la terra, l’orizzonte – come reale e concreto spazio di azione; al contrario del Verticale, che rimanda al sublime, l’incomprensibile, l’inesplicabile. Verticalità… fulcro formale e semantico dell’arte gotica, che affascinò il primo romanticismo tedesco e inglese, axis mundi, simbolo dell’ascensione, del volo, della trascendenza. Come l’artista ancora una volta ci dice, “da una parte l’attrazione per l’idea, l’astrazione, la verità, il nulla, la struttura… e dall’altra l’esperienza diretta, la soggettività, fisicità, sensualità…”. Ecco ancora alcune riflessioni scaturite dalla sua visita a una mostra di Ugo Mulas e dalla visione della celebre sequenza di immagini relative al “Taglio” di Fontana: il taglio, la ferita, sensualità, il gesto, verticalità, l’azione, l’uomo. La mia linea Orizzontale, femminile, passivo, sospensione nel tempo, sensuale - il nuovo materiale, che al tatto sembra velluto, ma nello stesso momento ha un suono cristallino - un attimo, una convergenza. Un possibile titolo per questa serie : Quiete del movimento. Octavio Paz: “Quiete del movimento…Questo istante contiene tutti gli istanti. Senza cessare di fluire, il tempo si ferma, colmo di sé.” Lo stesso Fontana dà ai suoi “Tagli” il nome di Attese, nome fascinoso che condensa il tempo nell’eternità dell’istante del gesto, trasforma lo spazio in luogo, letteralmente segnandolo, ferendolo con un gesto, e iniettandogli così l’essenza del tempo. Ma contemporaneamente trasforma il tempo del gesto in essenza fragile di un’apparizione sospesa e inalterabile. Tempo sospeso, tempo del mito, che è immagine e racconto di un accaduto. L’Attesa di Fontana diventa per Christiane Beer l’Ort come Schauplatz, “un luogo dove succede, è successo, succederà”, “luogo dove succede, un dramma, un racconto”. Il suo “fare spazio” si lega a un “succedere”, un accadere, che nulla ha a che fare con la temporalità puramente cronologica : è un accadere mitico , l’accadere di un tempo sospeso che è proprio quello del mito, l’antico mythos : la parola che narra e insieme cristallizza la narrazione nell’incanto di un istante sospeso, dove il mito sfocia nel sogno, e ricordo e attesa si intrecciano. Quella che l’artista tedesca conduce è anche una sfida alla telematica e al piatto affollamento delle sue informazioni, una sfida condotta con le armi del silenzio metafisico e della meditazione, perché sa ascoltare come pochi altri il respiro del vuoto, il “limbo” spaziale, che precede ogni atto di possesso o di controllo dello spazio: riesce così a fare della scultura - arte fondamentalmente legata all’ostensione di una corporeità immediata - un linguaggio dell’invisibile. Non si avverte però il rischio di una “castrazione” della materia , che ci sta di fronte in tutto l’affascinante mistero del suo peso e della sua leggerezza. “E cosa accadrà dello spazio in quanto vuoto?” - si chiede Heidegger – “Troppo sovente appare solo come una lacuna.(...) Senza dubbio il vuoto è in qualche modo affratellato con ciò che è più proprio del luogo, e per questo motivo non è una mancanza, ma un portare allo scoperto”. Un “portare allo scoperto”: un “trarre fuori”, dunque un ab-trahere ? Questo “fare spazio” come “fare vuoto” rimanda all’astrazione come ciò che crea distanza, respiro, libertà. Creare una scultura significa dunque, per Christiane Beer, trasformare uno spazio in luogo che è anche tempo, per poi attraversarlo con lo sguardo e con la mente: e ciò sembra possibile solo mettendo in opera una distanza. E’ la distanza del viaggiatore che ha abbandonato le terre di cui racconta, del cartografo che vaglia le testimonianze accumulate, le notizie che giungono da nuove esplorazioni. Sembra quasi che alla formazione di uno sguardo che si spiega nello spazio sia presupposto il sollevarsi dall’immediata contingenza delle cose, pur conservandole dentro di sé in tutto il loro drammatico splendore. Creare significa anche allontanarsi, per non essere risucchiati dal gorgo delle impressioni incerte. Così pensa, in Guerra e Pace di Tolsltoj, il comandante Kutuzuv, il quale non vorrebbe trovarsi in mezzo alla battaglia, tra cavalli impennati, spade e sangue, ma in cima alla collina che domina il campo, per valutare, decidere e disporre. Osservare dalla distanza e fare del vuoto che ci separa dalle cose un luogo: anche questo si propone Christiane Beer facendo scultura. Per questo serve un duro esercizio di meditazione e selezione: il flusso degli stimoli e delle sollecitazioni del mondo può essere talora anche un onere al quale sia necessario “rinunciare” - come afferma Arnold Gehlen - se si vuole creare intorno a sé uno “spazio libero”, libero di condurre il pensiero all’altrove. E’ necessario quindi trovare degli strumenti che permettano di assumere la necessaria distanza dall’insieme senza significato degli stimoli. Gehlen introduce così la categoria di “esonero” (Entlastung), che spiega attraverso l’etimo ex-onerare, letteralmente “liberare da un peso” (ent-lasten). Solo così è possibile trasformare il flusso caotico degli stimoli e le condizioni deficitarie di esistenza in occasioni di esistenza luminosa del pensiero, spezzando il cerchio dell’immediatezza che lo stringe e lo limita. Es-onerarsi, liberarsi dal peso dell’immediatezza del luogo e del tempo impone di modificare continuamente il proprio orizzonte. Alzare lo sguardo è la prima azione es-onerante , creando distanza e vuoto intorno a noi, e il nostro sguardo diventa uno sguardo pan-oramico, che domina il passato, il presente, le cose assenti. Su questa traccia potrebbe essere cercato il senso del dell’aumentare della distanza che allontana il cartografo dal territorio, il narratore dai fatti accaduti, lo spettatore dai naufragi che osserva da riva. Il luogo diventa allora lo spazio necessario al dispiegarsi dello sguardo e del pensiero. Lo stesso universo cromatico di Christiane Beer è frutto di quest’austera limitazione, che è insieme possibilità di inedite, intense emozioni coloristiche: la luce assoluta del bianco, come pienezza del vuoto, come purezza, solitudine, silenzio (si ricordi l’eterno bianco degli abiti di Emily Dickinson); e poi il grigio, secondo Baudelaire somma di tutti i colori, dunque colore della natura nella sua globalità ; secondo Paul Klee “punto cruciale tra divenire e svanire” : ambivalenza, confine, molteplice appartenenza, differenza non riducibile ad una totalità dialetticamente placata, ma anche possibilità originaria della forma, dell’armonia e dell’ordine. Quello del rapporto del luogo-scultura con lo spazio circostante, soprattutto con lo spazio architettonico, è uno dei punti cardine della poetica di Christiane Beer, tanto che ogni sua opera deve essere considerata opera-ambiente, simbiosi inscindibile tra la forma della scultura e le forme del suo contesto spaziale. Christiane affonda le lame di spazio delle sue sculture nella materia e nella forma delle architetture in cui esse sono collocate, dando luogo ad un evento illimitato che trasforma l’intera immagine dello spazio reale, dunque del mondo. L’architettura reale, facendosi teatro dell’immaginario, si fa architettura possibile: l’architettura possibile abita l’architettura reale come il suo doppio fantastico e fantasmatico. Lo spazio è un enigma a cui l’architettura-scultura dà forma . Essa penetra lo spazio : altera l’impassibile compattezza dell’immagine che per prima, in ogni enigma, si mostra.
La mostra (a cura di Silvia Pegoraro) verrà inaugurata giovedì 15 ottobre e sarà aperta al pubblico fino al 21 novembre. Catalogo in galleria, con testi dell’artista e della curatrice.
Fabbri Contemporary Art
Via Stoppani 15c
20129 Milano
Contatto:
Renata Fabbri - info@fabbricontemporaryart.it

T. + 39 348 7474286


 



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