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Uomo e televisione 1972

di Rossi Gino

1.900,00EUR

Uomo e televisione 1972
Quadro di Giorgio Rossi (allievo di Reggiani Mauro) olio su tela dimensioni con cornice 136x98 senza cornice 120x80

Nato a Venezia nel 1884 e morto a Treviso nel 1947. Dopo alterni periodi di studio in Italia e Parigi, nel 1916 viene richiamato alle armi e fatto prigioniero in Germania. Sconvolto dalle privazioni torna in Italia e riprende la sua attività con esposizioni a Verona, Torino e Treviso. Nel 1926 viene ricoverato in manicomio e fra il suo peregrinare da ospedale a ospedale soggiorna anche al Gris di Mogliano.


La vicenda umana e artistica di Gino Rossi (Venezia, 1884 - Treviso, 1947) è una delle più straordinarie, fascinose e segrete dei primi due decenni del XX secolo in Italia. Da vent’anni non si realizza più una sua mostra, dopo quella che gli dedicarono, congiuntamente, le città di Verona e Venezia in occasione del centenario della nascita. Le difficoltà sono enormi nel reperire, disperse in molte collezioni private anche straniere, oltre che raccolte in alcuni tra i maggiori musei italiani, le opere per garantire un percorso che sappia identificare questa personalità umanamente fragile e pittoricamente al livello dei più grandi, come tutta la critica ha sempre unanimemente sostenuto. Sono appena più di cento, esiguo numero, i quadri che si contano nel suo catalogo generale. La mostra di Brescia, a cura di Marco Goldin, ne presenta oltre trenta, volendo costituire così una sorta di summa straordinaria di quanto il pittore veneziano ha prodotto nel corso della sua così travagliata vicenda biografica e artistica.
Decisivi furono per Gino Rossi i viaggi di “educazione” in Francia sulle tracce in modo particolare di Gauguin e del cloisonnisme. Nino Barbantini, il mitico direttore di Ca’ Pesaro a Venezia, quando nel 1907 lo vide arrivare con alcune tele sotto il braccio lo salutò come “la staffetta della gioventù”. E in effetti tutti gli anni migliori di Gino Rossi, prima della sua parabola tristissima che lo relegò in manicomio negli ultimi vent’anni della sua vita, sono legati proprio all’avanguardia capesarina, a cominciare dalla mostra famosissima del 1908, a inizio di un ciclo che rese Venezia, sino al principio del conflitto mondiale, il crocevia dell’avanguardia italiana. Nelle mostre veneziane, fino a quella rimasta memorabile del 1913, esponevano tra gli altri Arturo Martini, Umberto Boccioni, Felice Casorati, mentre Filippo Marinetti aveva lanciato dal campanile di San Marco il suo proclama futurista. È il tempo dei paesaggi di Burano, che succedono a quelli di Bretagna, e anche il tempo dei ritratti, fino alle grandi descrizioni asolane, che suggellano, prima dell’avvento della guerra mondiale, quella intarsiata dichiarazione del colore che è il tratto più tipico e riconosciuto di Gino Rossi.
Il maggiore riconoscimento al suo ruolo fondamentale in quella cerchia ristretta, è venuto dalla presenza nella grande mostra sui Postimpressionismi che Londra ha realizzato nel 1979. Alla felicità cromatica contenuta dentro la forte impronta della linea, proprio secondo il modello gauguiniano, succede, nell’immediato dopoguerra, la fase della ricerca della forma, che ha nell’esempio di Cézanne il modello più alto. Sono gli anni in cui, prima dei vari ricoveri in manicomio, la pittura diventa più cupa e le lettere di invocazione, struggenti, ai pochi amici suggellano la fine di una breve, intensissima, strada.






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